Il momento
Era la sera di un giorno qualunque, o meglio di quello che sarebbe stato un giorno qualunque se non ci fosse stata quella sera. Ma la sera era venuta, e nulla era più stato lo stesso.
parole in forma variabile nell’anno del sole azzurro o 15.01.2018
Un racconto si scrive con la penna e sulle pagine pari.
Era la sera di un giorno qualunque, o meglio di quello che sarebbe stato un giorno qualunque se non ci fosse stata quella sera.
Ma la sera era venuta, e nulla era più stato lo stesso.
E’ difficile riconoscere un memento, anticiparlo dal futuro o evidenziarlo nel presente. I momenti sono sguardi dal presente ad un passato. Uno ed uno soltanto!
Ero stata una scrittrice. Lo ero stata per il tempo appena necessario a diventarlo. Per molto tempo non ero stata più, mutuata, trasformata in un perenne divenire quella me che pensavo di essere. Allora, non c’erano stati momenti, ma unicamente m u t a m e n t i, spostamenti millimetrici dell’essere in perfetto divenire.
E avevo fatto sesso.
Perchè nel divenire, il sesso sembra debba occupare un sua spazio. Lo spazio di un corpo senza lo spazio del sesso rischia di divenire una storia di poca curiosità. E’ così, che il sesso determina il momento senza saperlo.
Il momento però vive di una propria autonoma consistenza. Una consistenza immateriale, abile di risiedere nel tempo e di provocare sudorazioni, lacrime e sorrisi. In questo suo essere può dvenire un monito, un’esortazione o una accompagnatrice. Un femminile d’obbligo, perche i momenti in cui mi riconosco sono tutti così, col femminile.
......
Era una sera dunque, vissuta da una finestra d’angolo in un giorno piovoso. Un piccolo appartamento al quarto piano di un palazzo senza ascensore. Il gatto non c’era più. C’era stato ma ormai rimaneva solo la sabbia inutilizzata nella cassetta. Il cibo secco era scaduto oltre ogni possibile data d’uso. E’ così che si diventa sole. Riconoscendolo. Non c’è altro modo. E se qualcuna dice o pensa altrimenti è perchè non ha ancora riconosciuta sè nel momento che l’ha resa sola!
Essere sole non è una condizione dell’anima, ma un fatto. Essere sole vuol dire fare cose che se non vengono fatte non accadono, perchè non c’è alcuna altra persona che si occuperà di renderle fatte!
La solitudine è ciò che rende il momento raccontabile. Per ogni racconto è necessario che la solitudine dia voce al momento, lo documenti.
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Questa città sa sorprendermi. Nel giorno più nero ti sveglia con un cielo blu, limpido e freddo come dovrebbe essere una mente che prende delle decisioni. L’aria penetra con la precisione e l’accuratezza di certe consapevolezze maturate, cresciute e verbalizzate. Messe in parole.
E' l’audio della voce che rende il momento indimenticabile.
E poi c’è il giorno dopo. In ogni momento c’è il giorno dopo. A volte una tregua, una pausa, a volte la ripresa di quello che il momento ha interrotto. Ed è così che le difficoltà cominciano.
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Come si fa a raccontare una storia quando fa ancora male? Come uscire dalla propria rabbia? Come rimanere nude in una stanza che sembra un vicolo cieco mentre in realtà è un vespaio fatto di mani e spintoni?
Non ero mai stata brava ad innamorarmi. Ed anche quella volta era stato un tentativo imperfetto, sostenuto da una impennata di testardaggine e quel secondo bicchiere troppo spesso trascurato per il suo potere decisionale.
Ora l’amore si sa è un desiderio. Uno di quelli inculcati fin dall’infanzia. Amore per le madri, le sorelle, i fratelli, le cugine, le nonne. Un’infinità di amore da dare in una infinità di occasioni, con una incompleta e assai scarsa esplorazione delle ragioni. Così, quando l’amore era arrivato ad essere “quell’amore” era stato come infilarsi in un vestito che non può non andare bene. Ed invece il vestito non era durato. Le cuciture non avevano retto e quella che era stata quasi una seconda pelle non era più.
E’ difficile togliersi una seconda pelle. La mente tende a dimenicarla ed a farla diventare una. Così quando si strappa, scortica. Ferisce e soprattutto, rivela quella prima pelle dimenticata e fuori esercizio.
Così, io e la mia pelleci eravamo rintanate dentro una folla turistica e viaggiante per assicuarare al più invincibile delle solitudini.
In casi come questi, la prima migliore cosa da fare è la fuga. La seconda il ritorno. Nel mezzo l’oblio delle foto ad uso e consumo dei soliti social invidiosi. Occupati di sapere quanto è possibile sapere su una pelle sanguinante dietro il filtro digitale.
Ma la fuga in realtà non avviene, non può avvenire. E’ più un ottundimento del dolore feroce. Quando la seconda pelle cade non c’è altro rifugio per la prima pelle. Guarire o infettarsi le ferite fino a morirne.
Nessuna delle due soluzioni è in realtà una scelta, piuttosto una deriva, un affidarsi alle correnti profonde che ci determinano.
Il mio gatto, ad esempio, non aveva mai veramento lasciato la sua seconda pelle di gatto domestico. Così quella sua unica accidentale fuga, causata da una porta aperta era diventata perpetua. Ed io, la sua padrona dispossessata, non avevo potuto che riconoscermi in quella assenza ed accettare il fatto della mia solitudine senza la consolazione delle sue fusa, quella estensione di intimità verso un altro corpo vivente.
Così, quando l’altro l’incidente era avvenuto ero rimasta sola sul mio divano, sola nella mia cucina, sola davanti al televisore, sola nel mio letto.
L’unica solitudine conosciuta, quella al mio tavolo di lavoro non mi aveva aiutato. Schiacciata come era da tutti gli altri angoli della casa.
Partire era stata la mia deriva. Un movimento che evitava quello stare ferma in tutta l’estensione della mia solitudine.
Viaggiare è come esporsi ad un flusso costante e fastidiosodi una sciame di mosche. Un ronzio assordante che non ha altro scopo che se stesso. Ed è così che il momento ritorna, la prima pelle risana o si infetta e lo sguardo comincia ad articolarsi dalle mani per poi passare alla bocca e diventare voce. Un’affermazione cosciente della necessità o del fatto che è tempo di cambiare pagina. Così avrei fatto io, mi ero detta. Come al solito sottovalutando ogni altra possibilità e soprattutto l’abitudine.
......
La voce altra che risuona dentro le lettere di un messaggio elettronico, la foto casuale smarrita fra le 1380 altre foto mai scaricate dalla galleria del telefon e che ritorna accidentale ed in primo piano. Le domande distratte fatte seguendo il rituale delle nuove cooscenze che, per assicurare il prprio spazio nel futuro possibile, richiedono certezze ul passato.
“Single?”
Una parola da attraversare c o n t i n u a m e n t e e, nonostante la facilità di aggirarla, sempre presente. Ma non è la parola ad agitare, non sono mai le parole quelle che ci agitano, sono i desideri ceduti, dispersi dentro l’angoscia della memoria.
Ricordare è un puzzle, non sempre i pezzi sono a portata di mano e sapere che sono da qualche parte nel mucchio, non aiuta. Anzi, delle volte procura una rabbia sorda, sostenuta da quella impossibilità di mettere a fuoco i dettagli. L’incastro di un pezzocon il successivo, perduto per sempre.
“Io non amo, non è una cosa che pratico.” Questa è la mia risposta più autentica. L’amore non è il mio momento. La solitudine dentro l’amore è il mio momento.
Ed è questa al foto più faticosa da realizzare. Mettere a fuoco se stesse in un selfie che non ha sfondi, contorni, che non può essere inviato, framed, sostenuto da parole chiave. La me che ero, quella che immaginava, sentiva, vedeva e la me che sono, disorientata ma decisa, alla deriva ma con una bussola. “Single?” No, non è la mia risposta. E’ una domanda da attraversare dopo un attimo di esitazione.
......
La penna ferma sulla carta consapevole del tempo interrotto. La scrittura soffocata dalla vita. Quella con calcoli, conticini, bollette e angoscie di precarietà da processare. Le piccole, mai raccontate quotidianità. Quelle che sostanziano la vita come gli acciacchi un corpo che invecchia. La cicatrice diventa corpo e scompare assorbina nelle profondità delle pelle. Una crosta, poi un segno quindi il nulla. Quell’illusione di avere superato, assimilato, digerito. In realtà rimane una ipersensibilità, un’intolleranza, l’incapacità o meglio, la consapevolezza di non voler più dover fare i conti con la stessa cicatrice. Non stessa di per sè ma ripetuta.
......
La distopia più grande è quella del sè che vive nel sè di altre, altri. Consapevole della distanza ma essenzialmente pragmatica della necessità della distanza stessa.
......
Il mio gatto era tornato, io ero tornata e le nostre vite scorrevano, ancora una volta, in quello stesso spazio dal quale eravamo andate. Però, chi noi era veramente tornata? Del mio gatto non posso dire nulla: fusa, sabbia, cibo, spazi e silenzi. Di me stessa non voglio dire nulla. Ancorata al mio computer ed ai mie pensieri scarsamente filosofoci. Ho un corpo che non si definisce, che scompare senza essere e che ridefinisce quel prorio non essere attraverso la doverosità dell’essere.
Esiste, in una stanza, in una casa, in uno o più documenti, certificati, molte email e tanto sforzo.
Le mani dicono quanto serve, il loro muoversi assicura le necessità. Dunque la vita prosegue.
Fine